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Giovedì 30 maggio, Teatro Eliseo, Roma. Dalle 15.00. Il mio intervento sarà sui temi dell’arte contemporanea (in particolare il suo rapporto con la ricerca) e delle sue istituzioni: musei, scuole, accademie etc.

 

Una mia breve esposizione di quanto detto nel corso del workshop genovese Creative Cities ai minuti 4’30″_5’50″ del video.

Politiche educative, musei di arte contemporanea, Digital Humanities, (potenzialità delle) politiche “smart” (se sono diffuse le competenze digitali).

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http://www.youtube.com/watch?v=Py0jfTBsEhU&sns=em

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Luigi Zanda porta in giro la sua lugubre compostezza firmando (con Anna Finocchiaro) proposte di legge contro i “movimenti” che persino gli editorialisti del Sole 24Ore giudicano illegittime, politicamente improvvide e balzane.

Cécile Kyenge rifiuta di stringere la mano all’importuno capogruppo leghista al Comune di Milano (fa bene: molto bene).

Il PdL in versione “responsabile” (questa la leggenda accreditata) chiede una drastica riduzione della pena per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa (non pago di aver appena presentato proposta di condono).

Tutto come di consuetudine, in definitiva. Ma la notizia del giorno viene da Save The Children: in Italia un bambino su tre è a rischio indigenza, i diritti all’educazione e alla cittadinanza non sono assicurati da una scuola al collasso e il nostro paese, in Europa, è tra quelli che concedono ai piccoli o ai non ancora nati minori opportunità di futuro.

Aderisci e contribuisci all’iniziativa di Save The Children Allarmeinfanzia.it @ http://www.allarmeinfanzia.it/manifesto/poverta-economica/

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"...Come confrontarsi con una tradizione illustre, la propria, se si appartiene a una nazione che si scopre bruscamente periferica? E come ripristinare dialoghi cosmopoliti dopo decenni di isolamento? La storia postbellica dell’arte italiana è profondamente segnata dagli equilibri geopolitici e culturali della guerra fredda, e da quello che potremmo chiamare il marketing delle identità locali.

La 'mutazione' si compie tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento: se un artista come Fontana rimane fedele a un mondo la cui capitale è Parigi, e il cui faro indiscusso è Picasso, Manzoni apre a geografie artistiche atlantiche e sviluppa febbrili attitudini mimetiche.

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MDantini_Le_Storie_dellArte_2013

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“…Come confrontarsi con una tradizione illustre, la propria, se si appartiene a una nazione che si scopre bruscamente periferica? E come ripristinare dialoghi cosmopoliti dopo decenni di isolamento? La storia postbellica dell’arte italiana è profondamente segnata dagli equilibri geopolitici e culturali della guerra fredda, e da quello che potremmo chiamare il marketing delle identità locali.

La ‘mutazione’ si compie tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento: se un artista come Fontana rimane fedele a un mondo la cui capitale è Parigi, e il cui faro indiscusso è Picasso, Manzoni apre a geografie artistiche atlantiche e sviluppa febbrili attitudini mimetiche. Intende la citazione non come mera ripetizione o gioco culturale, ma come pratica distorsiva, satirica e fantastica. ‘Plagio’ e ‘furto’ iconografico, ai suoi occhi, sono modi attraverso cui la Periferia torna a parlare di sé e riesce a modificare gli svantaggiosi rapporti che la legano al Centro. 

I processi di ‘modernizzazione’ si compiono, in Italia, tra specifiche ambivalenze. Negli artisti che oggi sembrano più rilevanti, postconcretisti come Castellani, outsider come Schifano e Pascali, ‘poveristi’ come Pistoletto, Paolini e Boetti o ‘postmoderni’ come De Dominicis e Cattelan, il proposito ‘concettuale’ coabita con fantasmi storico-artistici e eco di illustre tradizione. Un Achrome (Manzoni), un mandolino a due ponti (Boetti), la tela nuda (Paolini) o uno scheletro fulminato a terra (De Dominicis) hanno ‘doppi’ archeologici che nutrono e insidiano l’immagine. Il salto definitivo fuori dalla memoria storico-artistica non riesce. Evocazioni e ‘messe in scena’ dell’Antico sono d’altra parte pienamente comprensibili solo in chiave modernista: come allegorie artistiche, in altre parole, allestite sullo sfondo della scena sociale di un Paese connotato da brusche amnesie, rovinose impasse e conflitti sanguinosi. 

La critica d’arte partecipa, nei suoi interpreti più qualificati, al negoziato tra culture artistiche e comunità politico-economiche. Si tratta pur sempre di destare un’idea di Paese, ritrovarla in questo o quell’artista e rilanciare sul piano sovranazionale. I critici e curatori che figurano a pieno titolo nella narrazione, da Argan a Brandi e Villa, da Arcangeli a Pistoi, da Lonzi a Fossati a Calvesi e Celant, da Eco a Sanguineti, da Bonito Oliva a Bonami e ai più giovani, non sono qui considerati solo come “specchio” di quanto accade, ma a pieno titolo come autori. Responsabili di immaginazioni politico-culturali, dunque di frammenti di ideologia e di racconto sociale e di costume, possono puntare su istanze civili, rivelarsi contigui a figure eroiche o profetiche o muoversi come opportunistici e levigati spin doctor del mercato globale. Al pari di narratori, pubblicitari o editorialisti, tuttavia, modellano fantasie comunitarie e progetti di identità cui gli artisti corrispondono (o cercano di sottrarsi) nei modi più diversi, con discorsi figurati e tecniche congeniali…” (Geopolitiche dell’arte, Milano 2012)

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Doug-Aitken,-Future,-2012,-Presenhuber

Martedì 14 sono a Genova, Palazzo Ducale, per Creative Cities (a cura di Enrico Fravega, 10.30-12.30; info qui e qui)

Mercoledì 15 a Venezia, Ca’ Foscari, Scuola dottorale di Storia dell’arte: Come cambia la storia dell’arte? (con Tomaso Montanari, a cura di Emanuele Pellegrini, 14.00-16.00)

Giovedì 16 a Firenze, Uffizi, Sala delle Reali Poste, per parlare di architettura contemporanea e “musei senza città” (con Stefano Boeri, a cura di Eva Parigi e Marco Brizzi, 18.00-20.00; vd. invito allegato)

Sabato 18 sono a Roma, Maxxi: Arte e critica d’arte (11.30-13.00; info qui)

“…E’ possibile che lo “storico dell’arte” prossimo futuro debba volgersi a argomenti in parte distanti da quelli consueti alla filologia accademica, incentrata istituzionalmente sulla manutenzione dell’’eredità culturale’ e il principio della sottile continuità delle sue trame. O concepire in altro modo il proprio ‘oggetto’ disciplinare. I confini tra ricerca e inchiesta potranno attenuarsi sino a scomparire, e il ricercatore essere chiamato a abitare ambiti intermedi tra indagine genealogica e stretta attualità, ‘archivio’ e ‘campo’ (nel senso di fieldwork), anamnesi e interrogazione dell’istante. E’ possibile suggerire un’evoluzione della disciplina nel senso che chiameremmo di un’etnografia narrativa dei discorsi su “creatività” e “patrimonio” – o più in generale dei poteri che pretendono di modellare il discorso politico-culturale e dunque l’intero orizzonte sociale delle aspettative? Immagino un ricercatore che conosca le tecniche e persino le retoriche del reportage investigativo e ne faccia talvolta impiego. Possiede però una visuale più ampia di quella del reporter, una facoltà di distanziamento e ‘thick description’ a questi sconosciuta…”

Cartolina_Uffizi

Antonello da Messina, San Sebastiano, 1478 ca., part.

_il manifesto, 4.05.2013, p. 10; L’Huffington (in versione ridotta), 6.05.2013, qui

Il 5 maggio 2013 gli storici dell’arte italiani si sono riuniti all’Aquila. È la prima volta che tutti gli storici dell’arte si incontrano senza distinzioni di ruolo: insegnanti di scuola, ricercatori universitari, funzionari del Mibac o di altri enti, studenti, dottorandi, laureandi. Il testo della relazione che ho tenuto in occasione dell’incontro è stato pubblicato il giorno prima sul manifesto: lo posto qui di seguito in versione estesa.

La Costituzione italiana prescrive che sia la Repubblica a provvedere alla conservazione di opere d’arte, edifici storici e paesaggio. Il patrimonio è un bene pubblico, ha “interesse generale” e concorre, con scuola e università, alla rimozione degli “ostacoli di ordine economico e sociale” che pregiudicano il “pieno sviluppo della persona”. Non è dunque una collezione di beni sublimati e avulsi: è un’istituzione capacitante al pari delle altre istituzioni formative.

Malgrado l’impegnativo proposito dei costituenti, l’affanno dell’apparato pubblico di tutela, risultato di decenni e decenni di incuria politica alternata a tagli, è oggi palese. La partecipazione dei privati alla difesa del patrimonio è invocata da più parti e i “decisori” non esitano, come nel caso della Fondazione Grande Brera, a prendere iniziative legislative in tal senso. Le retoriche del “benefattore illuminato”, care all’ex ministro Lorenzo Ornaghi e condivise dagli agit-prop del principio di sussidiarietà, tra questi l’attuale primo ministro Enrico Letta, nascondono tuttavia non di rado pregiudizio ideologico e impreparazione specifica. Che fare dunque?

Retoriche dell’”innovazione”

Contestiamo per prima cosa un luogo comune: il welfare italiano non è generoso né finanzia adeguatamente le politiche di sviluppo. La spesa pubblica pro capite in Italia è sensibilmente inferiore alla media delle maggiori nazioni europee, Francia e Germania in testa; e va in gran parte in previdenza. L’Italia è il paese europeo dove il welfare contribuisce meno alla redistribuzione intergenerazionale delle risorse. Questi dati ci dicono qualcosa in tema di politica culturale? A mio parere sì. Parliamo molto di investimenti in “capitale umano” e al tempo stesso promuoviamo tagli lineari alla spesa sociale: non consideriamo che l’una cosa è incompatibile con l’altra. Dovremmo aumentare la spesa pubblica, non diminuirla; o quantomeno allocare le risorse in modo equo, così da conferire nuovo slancio a processi educativi, sostegno all’innovazione sociale e welfare di lungo termine.

Nei prossimi mesi occorrerà considerare con attenzione quanto, in seno al nuovo governo, i ministeri dello Sviluppo economico e delle Infrastrutture coopereranno effettivamente con il Ministero per i Beni culturali alla definizione di politiche virtuose e partecipate. L’auspicio è che i ministeri industriali non si propongano di annettersi tout court l’eredità culturale (in realtà abusandone) a fini di uno “sviluppo” rovinoso e pervicacemente settoriale. Per l’attuale ministro Massimo Bray “i beni culturali devono essere ricondotti alla sfera pubblica”: gli si prospetta un compito non facile. I grandi costruttori edili finanziano largamente i partiti dell’attuale maggioranza, e la circostanza non è promettente. Dovremmo “essere convinti che ‘investire sul mattone’ con il ritmo che stiamo seguendo è dissennato”, osserva Salvatore Settis in Paesaggio, costituzione, cemento (2010). “Per farlo stiamo trascurando forme ben più produttive di investimento, chiudendoci nei parametri di una cultura arcaica che condanna l’economia del Paese alla marginalità e allo stallo”.

Il sistema italiano delle imprese conosce oggi una grave crisi competitiva, eccettuati settori specifici orientati all’export: la tentazione di fare del patrimonio un uso meno che responsabile è grande. Confindustria assomiglia sempre più a un sindacato di piccole e medie imprese attive in ambito terziario e protese all’inserimento in contesti protetti. Non sorprende che proprio dalla maggiore associazione italiana di imprese giungano sovente le voci più favorevoli a pratiche sbrigative e immediatamente profittevoli di “valorizzazione”. E’ ragionevole nutrire seri dubbi sulla competenza o affidabilità di chi, in nome dell’”innovazione”, si è posto in più occasioni come risoluto avversario dei responsabili pubblici della tutela. Retoriche efficientistiche e aggressive campagne mediatiche pro-privatizzazione sembrano nascondere propositi decompetitivi e propensioni a confortevoli economie di rendita.

In che senso diciamo “patrimonio”?

“Molti stranieri vogliono bagnarsi nei nostri mari, visitare le nostre città, mangiare e vestire italiano”, ha assicurato il nuovo premier in occasione del suo recente discorso alla Camera, adottando il registro arcadico già caro a Mario Monti e alla responsabile per il patrimonio di Scelta civica, Ilaria Borletti Buitoni. “L’Italia e il ‘made in Italy’ sono le nostre migliori ricchezze”, ha concluso. Non dubitiamo che il “lifestyle” possa costituire comunicazione e prodotto. Dubitiamo però che una simile autorappresentazione in chiave esotizzante o pittoresca, franca (anche se preterintenzionale) ammissione di subalternità culturale, debba sembrarci ovvia o neutra. Non lo è affatto: ha enormi implicazioni sociali, politiche, economiche su cui per lo più si tace.

In primo luogo. In che senso diciamo “patrimonio”? Da mesi, in Italia, dibattiamo su temi politico-culturali con argomenti (e dizionari) che sembrano in larga parte inadeguati e strumentali. “Arte e cultura rappresentano asset distintivi e competitivi fondamentali per il ‘made in Italy’”, leggiamo nel breve testo di presentazione di un Master in economia della cultura  promosso da 24Ore Business School. Intesa come istruzione, la “cultura” è “capitale umano”: torna utile al management aziendale e al sistema delle imprese nel suo complesso. Intesa come “eredità culturale” la “cultura” promuove invece “indotto”: è il punto di vista di chi non crede di dover distinguere tra grande industria culturale e piccola attività commerciale. Infine. Nelle scarne cartelle vergate dai “saggi” di Giorgio Napolitano troviamo un terzo argomento, stavolta tout court irrispettoso: la “cultura” (intesa adesso come “scuola pubblica” dell’obbligo) è utile alla comunità dei cittadini perché educa i piccoli a alimentarsi meglio, dunque riduce i costi della Sanità. Nient’altro: una versione stringata e aridamente contabile delle tesi di Gary Becker sull’incidenza economica di “preferenze” e consumi culturali. E’ troppo osservare che “patrimonio”, “istruzione”, “cultura” esigono considerazioni specifiche? La discussione dovrebbe inoltrarsi nei territori dell’innovazione cognitiva, dei diritti di libertà, della redistribuzione immateriale – e trattare in definitiva di politiche della cittadinanza attiva e di partecipazione democratica.

Tutela, ricerca e industria culturale

Una politica del turismo incentrata sul patrimonio, ci chiediamo, può essere innovativa e prosperare a ridosso della ricerca? E’ questa la determinazione del governo? Posta in termini inequivoci e brutali, l’alternativa cui ci troviamo davanti è: cosa intendiamo offrire alle giovani generazioni, opportunità di impiego qualificato nella scuola, nelle università, nei laboratori di restauro e nei centri di ricerca, in un’industria creativa sfidante e adeguatamente dimensionata, che abbia ambizioni di competere con l’industria creativa americana; o il piccolo cabotaggio artigianal-commerciale di imprese con pochi o pochissimi dipendenti, occupate nella più modesta guidistica digitale, sprovviste di competenze strategiche su ciò che sia o possa essere industria culturale, incapaci di sopravvivere alla concorrenza sovraregionale?

Quali obiettivi economici e politico-culturali ci ripromettiamo dalla stretta correlazione tra politiche della tutela e promozione del turismo? Ricordiamo quanto ci ripromettevamo in un recente passato: multinazionali disposte a noleggiare Pompei (o gli Uffizi o Agrigento o Segesta) per lanciare i loro prodotti in una sera d’estate. E’ lecito diffidare di prospettive tanto improvvisate e aleatorie. Affermiamolo con chiarezza: una politica del patrimonio avveduta e lungimirante è destinata a finanziare istruzione, ricerca e professionalità a elevata specializzazione.

Sarebbe dissennato dilapidare un’eredità culturale prodigiosa e millenaria, ridurla a gadget del consumo turistico di massa per poi avere in cambio, per migliaia e migliaia di giovani precari, nient’altro che abiti da hostess o costumi da gladiatori.

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In breve, per spiegare la questione “cultura” tra Roma e Firenze. D’Alema al Quirinale, Renzi alla presidenza del Consiglio. Questo il patto stretto tra i due, che l’attuale responsabile del MIBAC, vicino a D’Alema, non potrà non accompagnare a buon esito. A D’Alema non importa niente della cultura, a Renzi di meno. Ma la buona soluzione della vicenda #Maggio non potrà che giovare al futuro candidato premier. Dovrà dimostrare di essere riuscito a avviare, a Firenze, modelli di politica culturale centrati su “sussidiarietà”, profitto e impresa. Non resterà molto, al #MiBAC, per differenziare l’”oggetto” culturale, il bene pubblico, da una qualsiasi merce disponibile sugli spalti del mercato.

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_L’Huffington, 30.04.2013, qui; anche in: ROARS, 14.05.2013, qui

“…A differenza di quanto è accaduto in America con l’amministrazione Obama, che ha creato un fondo ad hoc per i ricercatori più giovani, nessuno, tra i ‘decisori’ italiani sembra essersi interessato a un problema di giustizia sociale che potrà solo acuirsi nell’immediato futuro… Si è fatto il contrario di quello che si doveva: si sono resi meno fluidi e collegiali i processi deliberativi. Si è sbagliato a imporre un modello decisionale verticistico e per così dire commissariale, adottato acriticamente (e nel modo più subalterno) sul presupposto di una presunta superiorità dell’organizzazione aziendale…”

Ribloggato da micheledantini:

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Cara Luisa,

Ti ringrazio del commento e colgo l’occasione per argomentare.

Tu dici che l’interlocutore “politico” (MiBAC o altro) è deficitario, e non da adesso: hai pienamente ragione. Il punto però non è questo, a mio avviso. Si tratta piuttosto di contribuire a una maturazione collettiva nell’ambito del contemporaneo: occorre riuscire a rivolgersi autorevolmente alle istituzioni, dimostrare di essere capaci di ragionamento politico e politico-culturale, risultare accompagnati da una reputazione di rigore e indipendenza, dimostrarsi capaci di coerenza e persino di coraggio.

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Con il governo nascente la generazione dei quarantenni giunge al governo del Paese in ruoli e con compiti di rilievo. Questa è una prima constatazione; avalutativa. La seconda constatazione, questa volta politica, è che proprio gli ambiti che dovrebbero risultare più pronti alla trasformazione, cioè ricerca e impresa, si rivelano i più conservativi del Paese. L’immobilitá che domina il mondo universitario, perseguita e consolidata dall’ultimo e orrendo ministro Francesco Profumo particolarmente nell’ambito delle Humanities, è qualcosa che suscita disgusto.

Ribloggato da micheledantini:

Rebloggo un mio intervento di poche settimane fa. Prendevo spunto da un intervento con cui Maria Chiara Carrozza aveva contestato il singolare "iperattivismo" tardivo di Francesco Profumo, un ministro che sarà ricordato per opacità, ambivalenza e odioso verticismo; e del cui incarico giunto al termine festeggiamo oggi la fine.

"Una possibile futura responsabile del MIUR, Maria Chiara Carrozza, interviene sull''iperattivismo' (tardivo) dell'attuale ministro dell'università e della ricerca, Francesco Profumo.

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#HackerdelPd #M5S #1. A uscire male non è per niente #Giulia Sarti, al contrario (la sua privacy, ricordiamolo, è stata illegittimamente violata, con distorti propositi diffamatori); ma (peraltro da punti di vista reputazionali, di nessun rilievo penale) i mittenti IdV delle mail di raccomandazione. I raccomandati hanno non di rado profili professionali del tutto inadeguati all’incarico di cui si sollecita l’assegnazione. Sembra poi evidente che il vero obiettivo dell’hackeraggio, con #M5S, sia #MarcoTravaglio.

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Cara Luisa,

Ti ringrazio del commento e colgo l’occasione per argomentare.

Tu dici che l’interlocutore “politico” (MiBAC o altro) è deficitario, e non da adesso: hai pienamente ragione. Il punto però non è questo, a mio avviso. Si tratta piuttosto di contribuire a una maturazione collettiva nell’ambito del contemporaneo: occorre riuscire a rivolgersi autorevolmente alle istituzioni, dimostrare di essere capaci di ragionamento politico e politico-culturale, risultare accompagnati da una reputazione di rigore e indipendenza, dimostrarsi capaci di coerenza e persino di coraggio. Questo oggi per lo più non accade: tutti ricordiamo come scelta discutibile (e politicamente subalterna) l’acclamazione con cui alcuni di noi, nel ruolo di rappresentanti di un intero settore istituzionale, salutarono alcuni mesi fa, forse per frainteso senso di circostanza, il conferimento di un prestigioso incarico di presidenza a una parlamentare PD che non sarebbe stata rieletta in Parlamento.

L’esperienza recente, nei rapporti tra responsabili del ministero e associazioni di settore, prova a sufficienza il deficit di autorevolezza di cui oggi noi tutti soffriamo. Ne soffrono in primo luogo le generazioni più giovani, i futuri professionisti, i talenti in formazione, che non trovano opportunità di occupazione qualificata. Mi spiego.

La mia personale valutazione dell’ultimo ministro, Lorenzo Ornaghi, può essere (ed è, come ho chiarito più volte) pessima. Questo però non ci esime, se davvero siamo convinti dell’importanza sociale delle arti contemporanee nel contesto di una democrazia partecipata, dal riflettere sul perché i “decisori” mostrino tanta indifferenza ai temi dell’innovazione culturale e sociale. Occorre soprattutto destarsi da un equivoco consolatorio e corporativo: che cioè l’incuria istituzionale sia esclusivamente consequenza dell’”ignoranza” o della “protervia” del ceto politico.

L’”ignoranza” figurativa, o meglio l’analfabetismo contemporaneistico, incide certamente, ma non costituisce un elemento di novità: caratterizza storicamente la classe dirigente italiana, forse la più “passatista” dell’Occidente. Su questo nel breve termine possiamo fare poco. Esiste però una seconda circostanza su cui è urgente richiamare l’attenzione, perché ampiamente trascurata: il rifiuto del contemporaneo è oggi bipartisan, come pure le richieste di dismissione di una qualsiasi politica pubblica.

Accuse generiche (e moralistiche, se vogliamo) all’arte contemporanea vengono dai teorici della decrescita, che certo si schierano su posizioni politiche assai diverse da quelle di Ornaghi (o Ronchey o Veltroni o Bondi o Galan); e dai più strenui difensori del “patrimonio”, storici dell’arte e archeologi, che non esitano a invocare la riforma del MiBAC in senso esclusivamente pro-tutela (con cessazione dunque delle attività contemporanee).

Pregiudizio, competizione accademica e istituzionale tra “antico” e “moderno”, avversione in parte legittima per il mainstream globale: tutto questo congiura, inutile negarlo, e rende sempre più attraenti le tesi di critici e storici come Marc Fumaroli o Robert Hughes. La recente ricezione italiana di Kulturinfarkt, il brillante pamphlet politico-culturale di quattro studiosi di area germanica, conferma la tendenza: Kulturinfarkt riconosce la necessità di un investimento pubblico selezionato in cultura e creatività, ma in Italia il volume è stato spacciato come un opuscolo ultraliberista dalla casa editrice.

Ancora in questi giorni Nicola Caracciolo, rappresentante di Italia Nostra Toscana, fratello di Carlo (il fondatore di Repubblica e dell’Espresso) e ambientalista storico chiede in una lettera a Repubblica l’istituzione di un unico ministero per i Beni culturali e l’Ambiente. La proposta, del tutto legittima, può trovarci d’accordo nei suoi termini generali: ma non è neutra. Ha senso solo a condizione di una dismissione delle attività pro-contemporaneo del MiBAC, e ha come sottotesto un elemento di ambivalente polemica (pasoliniana, verrebbe da dire) anti-modernista. Perché non pensare invece a un accorpamento del MiBAC al MIUR (e al rilancio delle politiche dell’innovazione e della ricerca)?

Slow Food, le associazioni di tutela e i difensori del patrimonio si stanno coalizzando nel rigetto di una qualsiasi partecipazione pubblica alla produzione contemporanea. Le cattedre di storia dell’arte contemporanea sono tra le più colpite dal disinvestimento in ricerca e formazione superiore, e si trovano in crescente minoranza nell’ambito di dipartimenti disegnati e retti da antichisti, storici, filosofi. Come formare nuovi storici, critici e curatori? La saggistica sopravvive con difficoltà, e riduce le opportunità di buona informazione sul contemporaneo, mentre la critica indipendente trova raramente libertà di esercizio nei media mainstream (e perfino in quelli di  settore!), o ne rifugge.

Potremmo pensare che questo accada ovunque nel mondo: in parte è così. Ma nel nostro paese la maggiore fragilità delle istituzioni pubbliche dedicate al contemporaneo e la composizione sociale del collezionismo, in parte o in toto legato al mondo delle commodities di lusso, rende più urgente restituire utilità pubblica e capacità di partecipazione storica e civile a un’intera comunità culturale.

Abbiamo la drammatica esigenza di riparare all’attuale deficit di autorevolezza del contemporaneo incoraggiando nuove voci, interrogandoci sul suo “valore intrinseco” e inviando indicazioni di discontinuità: in assenza di ciò persino l’interlocutore politico più qualificato potrà rivelarsi indifferente o peggio spietato.

Tiziano,-Venere-e-Adone-1555-1560-ca.,-part

_L’Huffington, 26.4.2013, qui

“…Ci sono due modi per considerare Le pietre e il popolo, l’ultimo libro di Tomaso Montanari. Il primo e più semplice è il modo militante. Nato dalla rielaborazione di pungenti corsivi apparsi su quotidiani e blog, il volume, che trae il titolo da una poesia giovanile di Fortini, è uno strumento di battaglia, un corroborante pamphlet che dispiega (e combatte) il vasto sciocchezzaio delle politiche culturali in tema di patrimonio… Il secondo modo è quello teorico.”

#direzionePD. Il punto è che da un nerd prolisso e tardivo come #PLBersani (aka “Cold War Bersani”) non poteva che derivare, per eterogenesi dei fini, un Giamburrasca come #MatteoRenzi, uno scaltro simulacro di rinnovamento in chiave proprietaria, un campione di ignoranza lepida e feroce. #padella>brace, #hélas, #sventuraitaliana.

#StefanoRodotà ci dice (o manda a dire) quali “poteri forti” si sono a suo avviso opposti alla sua candidatura. Ci si è mossi, a suo avviso, al limite della “legalità democratica” da lui pure invocata. Rodotà trattiene comunque la sua amarezza nei confini della prudenza argomentativa, affidando a amici e messaggeri fidati una denuncia più circostanziata. Vogliamo spingerci ancora un po’ oltre, fare nomi, aiutare i cittadini a capire? Avremmo necessità di uno, dieci, mille fool: di guastatori o eversori democratici del discorso istituzionale, reticente e conformista. Che i panni sporchi per una volta non si lavino in famiglia.

L'Aquila 5 maggio

Il 5 maggio 2013 gli storici dell’arte italiani si riuniranno all’Aquila. È la prima volta che tutti gli storici dell’arte si incontrano senza distinzioni di ruolo: insegnanti di scuola, ricercatori universitari, funzionari del Mibac o di altri enti, studenti, dottorandi, laureandi.

cs L’aquila 5 maggio: storia dell’arte e ricostruzione civile

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_Doppiozero, 19.4.2013, qui

“…Acquisito giovanissimo al movimento dell’Arte povera, Penone ne interpreta la componente magico-naturalistica, depoliticizzata e per così dire ‘amabile’, che Celant patrocina a partire dal 1969…” 

Dunque, per induzione. Xké dovremmo ritenere ke la dirigenza #PD sia “autolesionista” o “inadeguata” anziché (molto più semplicemente) oculata e corrotta? Una candidatura sgradita a parlamentari e elettori diviene desiderabile se serve a preservare equilibri e soprattutto segreti. Perdere il 5 o il 10% è un costo ragionevole per chi si ripromette il beneficio dell’impunitá.

Non comprendo cosa ci sia di “[azione] popolare” nell’iniziativa di vertice (l’ennesima) di cinque intellettuali (poi undici) che chiedono ai parlamentari PD di votare Stefano Rodotà PdR. Politiche della rappresentanza e autoconferimento di delega: questo è. Rituali di cooptazione seniorile e gerarchia “reputazionale” delle firme: dov’è la “partecipazione”? Barbara Spinelli potrà poi spiegarci che quanto si stabilisce tra mandarini non è altro che democrazia diretta. Lecito dubitarne.

Politicamente efficace, la candidatura di #MilenaGabanelli ripropone con forza il ruolo degli #indipendenti in un contesto politico-istituzionale da lungo tempo bloccato. Sul tema vd. qui e qui.

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_Exibart, 16.04.2013, qui (con Raffaele Gavarro)

“…Il museo è un ‘bene comune’ se consolida pratiche di rigore e trasparenza, distribuisce lavoro qualificato e patrocina modelli di equità. Proprio per questo l’investimento in arte non deve accompagnarsi a argomenti rigidamente economici: il criterio della redditività immediata impone un insostenibile contesto di concorrenza a processi il cui beneficio è sul medio e lungo termine…

“…Ma a questo punto dovremmo intenderci su che cosa sia ‘arte contemporanea’, perché e a quali condizioni il sostegno pubblico all’arte contemporanea debba necessariamente trovare cittadinanza nel contesto di una democrazia partecipata. Che cosa qualifica un ‘museo’ o un ‘centro’ di arte contemporanea in un contesto come quello italiano e può giustificare spesa pubblica?…”

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#10Saggi #AgendaPossibile #HumanCapital. Le cartelle sulla scuola sono un documento grottesco. Sbrigate alcune brevi considerazioni di politica sociale, gli estensori del documento passano a trattare la scuola in termini rigidamente economicistici. Il più sicuro argomento a favore della scuola pubblica? La riduzione della spesa sanitaria: persone provviste di istruzione si nutrono meglio (oppure evitano di fumare e di indulgere all’alcolismo). L’idea più brillante (forse la sola)? Togliere i distributori di bibite colorate e snack dalle scuole. #GaryBecker visto da #SoraMia: non uno straccio di competenza pedagogica, pediatrica o neuroevolutiva.

Un ovvio sì alla digitalizzazione: ma con argomenti del tutto inadeguati. Si suggerisce che l’introduzione delle nuove tecnologie possa orientare l’apprendimento agli “approcci sistemici e quantitativi” [sic]. Di che parliamo? Di un MA in macroeconomia o statistica o di equilibrata crescita cognitiva di bambini e adolescenti? E meno male che, persino da parte confindustriale e ancora nell’Agenda Monti, ci si è pronunciati per promuovere e ampliare l’insegnamento artistico e musicale nelle scuole. Attenzione però: non abbiamo ancora toccato il fondo del documento – uno sciocchezzaio che prova l’impreparazione specifica, la boria e la scarsa capacità di empatia di un patriarcato che non sa niente di preadulti né investe in conoscenza. La subalternità alla cultura corporate colpisce più della sciatteria o dell’improvvisazione. Leggiamo: “con il miglioramento dell’accesso ai dati va sviluppata una nuova cultura della decisione basata sui dati”. Il digitale dunque redime il carattere nazionale: diffonde la cultura del rischio, della sfida, della maschia determinazione.

Vogliamo giocare con le fonti per capire chi davvero ha scritto il testo o ne ha suggerito le retoriche manageriali e scientiste? Non è difficile. Per Claudio Gentili, responsabile educazione di Confindustria, gli studenti dei corsi di laurea in studi umanistici acquisiscono “deboli capacità decisionali (incertezza di fronte a un menù di scelte) e deboli capacità diagnostiche (per esempio nella ricerca di informazioni online)”. La “cultura della decisione” maturerebbe dunque solo attraverso “approcci sistemici e quantitativi”: questa la convinzione, che contestiamo da punti di vista pedagogici e politici. La fallacia delle competenze macroeconomiche è sin troppo palese oggi per dover essere discussa, e l’insuccesso educativo dei dipartimenti umanistici è connesso a rovinose politiche universitarie, non a circostanze intrinseche. E’ vero tuttavia che Gentili parla di “corsi di laurea”, non di scuola dell’obbligo né di istruzione secondaria. Come spesso accade a convertiti e neofiti, i “saggi” si rivelano più coercitivi. Ricordiamo i loro nomi:  Filippo Bubbico, Giancarlo Giorgetti, Enrico Giovannini, Enzo Moavero Milanesi, Giovanni Pitruzzella e Salvatore Rossi. Potremmo parlare, a loro riguardo di una sorta di monetarismo pedagogico: nessuna gioia né “dissipazione” né possibilità di elaborazione individuale per chi siede tra i banchi di scuola. Recessive politiche di austerity applicate all’apprendimento. Al termine di giorni che immaginiamo di grande ponderazione, la commissione presidenziale dei “saggi” ha prodotto una castigante velina.

_ripubblicato in: elettoricritici.org, 16.04.2013, qui

Bronzino, Ritratto di Cosimo I Medici come Orfeo, 1537-1539 ca., part.

_L’Huffington, 12.4.2013, qui

Ferve l’attività pubblicistica di Gustavo Zagrebelsky, candidato presidente della Repubblica. A cadenza serrata, dalle pagine di Repubblica, giungono agli italiani robusti editoriali sulla cultura, la Costituzione, le “idee”. Contestabile? Per niente, anzi tutto ciò che Zagrebelsky scrive è sin troppo condivisibile. Confortevoli idealità, forbitezza e bonomia, trepidazioni bibliofile. Che altro, si potrebbe obiettare?

Le “idee” fanno felici, rassicura l’ex presidente della Corte costituzionale (*). Sono “beni” come e più del “patrimonio storico-artistico”, delle “città vivibili”, della “certezza del lavoro”. Forse, replichiamo. Ma qual è in concreto l’origine della riflessione zagrebelskiana sulla solitudine delle “idee” nell’Italia di oggi, sulla scarsa considerazione di cui gode chi dedica la propria esistenza all’ampliamento o alla trasmissione della conoscenza?

Sembrerebbe facile rispondere. Vi sono istituzioni dedicate: si chiamano università, accademie, centri di ricerca, conservatori, teatri stabili. Qui studiano e lavorano quanti si dedicano per libera scelta alla produzione di “idee”. Esistono ministri culturali e alti dirigenti di dicastero che hanno il potere di premiare o umiliare l’impegno quotidiano di chi ricerca. Sono dunque loro, per Zagrebelsky, cioè gli attuali vertici del MIUR e del MiBAC e i loro immediati predecessori, i responsabili del ritardo culturale del paese o della scarsa attenzione riservata ai laboratori di innovazione? Impossibile dire: il dotto eloquio si ritrae in un’inattuale vaghezza. Simonide, Senofonte o gli epicurei settecenteschi: questi i soli riferimenti citati nell’ambizioso intervento dal titolo La felicità del pensiero, tenuto in questi giorni alla Biennale Democrazia di Torino. Simonide, Senofonte o gli epicurei settecenteschi: nessun altro che si tenga più vicino al quotidiano di tutti e di ciascuno.

Insistiamo per situare la riflessione di Zagrebelsky. Siamo disposti a renderci colpevoli di una minima, maieutica violenza. Vogliamo parlare chiaro, rompere il sigillo della reticenza? Attitudini tanto elusive e sorvegliate non sono certo condivise dagli intellettuali critici con cui pure Zagrebelsky ama confrontarsi – Sen ad esempio, Stiglitz, Krugman o Nussbaum. Nessuno di loro si sottrae alla denuncia, se necessaria, o esita a contestare specifiche responsabilità individuali.

Un appassionato (e trasversale) desiderio di conciliazione attraversa oggi il dibattito italiano sulla cultura, le sue istituzioni, il possibile ruolo civile. C’è chi, come Galli della Loggia e Esposito, prefigura ministeri preposti alla propagazione del sentimento patriottico e chi, come Zagrebelsky, insiste sulla collocazione super partes (**). Non siamo affatto persuasi della validità di queste e altre simili posizioni, né crediamo che l’imperativo di indipendenza cui giustamente si richiamano gli intellettuali possa risolversi in una condizione di “terzietà”. Riteniamo anzi che chi ha a cuore le sorti delle “idee” nel nostro paese – o più semplicemente si proponga, come Said, di “dire la verità” – non possa che mobilitarsi in ogni modo utile contro le politiche di dismissione della scuola pubblica, della ricerca, della tutela del patrimonio storico-artistico e del paesaggio, dell’informazione responsabile.

Movimenti come Generazione TQ e Teatro Valle (o altri) provvisti di innovative agende politico-culturali hanno manifestato propositi e capacità “costituenti” non riconducibili alle retoriche resistenziali o alle pratiche antagoniste degli anni Ottanta e Novanta. Un’elaborazione teorica cospicua e sofisticata ha modificato senso e stilistiche del discorso culturale approfondendone l’implicazione politica (in taluni casi generazionale) e dichiarando vani i cerimoniali. “Di separatezza [l’arte] finirebbe per morire”, si è giustamente osservato. “La battaglia per la qualità va combattuta in campo aperto: accettando l’apertura delle opzioni di gusto e la compromissione delle forme con tutto quello che forma propriamente non è (attualità, passioni politiche…). E che tuttavia ci aiuta a rinsaldare il nostro attaccamento a quell’oggetto fragile, ma anche irrinunciabile, che chiamiamo arte” (***).

Commemorare Simonide può rivelarsi pleonastico o autocelebrativo nel particolare momento storico, quantomeno dal punto di vista del 99% (****): l’agenda è un’altra, e non comprende flanerie archeologiche. La “moderazione” cui Zagrebelsky esorta è senz’altro una buona cosa, ma solo buone pratiche (alter)argomentative e punti di vista radicali ci sono davvero necessari per contrastare in modo efficace modelli economici, politici e pedagogici neoliberisti, rivelatisi fallaci e distruttivi (*****). Suona forse ruvido affermare che “c’è [stato] un processo di infantilizzazione del pubblico e il solo apparire è diventato condizione essenziale della vita politica”. Certo dovremmo dedicare ogni sforzo alla creazione  di un’opinione pubblica qualificata e indipendente, capace di iniziativa pragmatica e comprensione storica dei processi in corso, provvista di combattività e ragionevolezza. Non sta scritto da nessuna parte che la “cultura” debba temere il conflitto o tenersi lontana dall’”azione”, al contrario. L’eccesso di prudenza impedisce che “idee” audaci e calzanti si affermino in cerchie più ampie, travolgano reputazioni protette e saperi da lungo tempo pietrificati. Leggi il seguito di questo post »

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Il 5 maggio 2013 gli storici dell’arte italiani si riuniranno all’Aquila. È la prima volta che tutti gli storici dell’arte si incontrano senza distinzioni di ruolo: insegnanti di scuola, ricercatori universitari, funzionari del Mibac o di altri enti, studenti, dottorandi, laureandi.

cs L’aquila 5 maggio: storia dell’arte e ricostruzione civile

info qui

programma:
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Jacopo Bassano_Adoration of the Magi (1563_1564)

_L’Huffington, 2.4.2013 qui

“…Il processo educativo ha il compito di abilitare al pieno esercizio della cittadinanza (quali che siano le condizioni socioeconomiche di partenza) e accrescere le opportunità che le generazioni future potranno avere in un mondo attraversato da barriere cognitive crescenti. Come integrare l’innovazione digitale sul piano didattico assicurandosi che procuri vantaggio ai bambini e agli adolescenti che siedono tra i banchi? Questa la domanda. Non abbiamo bisogno di stucchevoli retoriche sui ‘nativi digitali’…”

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E se l’esclusione delle donne dal comitato dei “saggi” equivalesse a un viatico per una presidenza della repubblica al femminile, gradita a Italia Bene comune e M5S? Parrebbe altrimenti davvero singolare che un capo di stato non parco di apprezzamenti, manifestazioni di solitarietà e incitazioni al mondo femminile dovesse poi precluderne la partecipazione ai più alti livelli istituzionali. Una semplice ipotesi: con l’augurio che un post davvero singolare e il terrore del PdL possano avere caratteri di indizio.

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“Il primo paradiso è quello naturale… Il secondo è quello artificiale che viviamo oggi… Nel Terzo… si uniscono e si integrano i due precedenti. L’Anno 1 è il primo della Terza fase della storia umana. L’arte, la cultura, la scienza, la tecnologia, l’economia e la politica assumono una nuova responsabilità dando speranza di sopravvivenza all’umanità”.

Michelangelo Pistoletto è un anziano signore circondato da perfida adulazione. Ha rinunciato da molto tempo a distinguere tra Ego e Arte, e ha perduto il senso che riconosce il limite e rifiuta l’abuso. Nessuno si sogna più di ricordargli che anche gli artisti traggono durevole beneficio dall’esercizio del dubbio, del silenzio e della costante autocorrezione.

Immagino che dal suo punto di vista possa sembrare entusiasmante iscriversi nella storia dell’arte, proiettarsi a viva forza nell’universale, magnificarsi chiamando al suo immodesto servizio Leonardo, Rubens, Cranach, Tiziano. Una versione togata del Sorpasso, in qualche modo: l’italiano scaltro e astuto che ritiene di avercela fatta.

Cosa triste, logora e solitaria malgrado le apparenze. Già già.

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Ribloggato da micheledantini:

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_L'Huffington Post, 29.3.2013, qui

"...L'immagine di 'classe dirigente' che Galli della Loggia assume a suo modo naturaliter è profondamente ideologica e restaurativa: non è affatto ovvia o 'naturale'. Il recente risultato elettorale ha dato misura di una richiesta di cambiamento radicale, e segnalato la necessità di mutare in profondità i processi di reclutamento..."

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Doug Aitken, Oh no! (red), 2012

_L’Huffington Post, 28.3.2013 qui

“…Si chiede da più parti che l’intervento pubblico a sostegno del contemporaneo venga meno. Arte, teatro, musica, cinema emergenti devono essere lasciati interamente al mercato, si sostiene. Ciò che si crea oggi, o che si è creato appena ieri, non merita di essere considerato “patrimonio” di interesse nazionale. L’argomento, che ha dalla sua una legge datata 1939, senz’altro da modificare, sottovaluta quanta parte, anche nella reinterpretazione dell’Antico, abbia sempre avuto la maturazione di una sensibilità recente, e separa in modo artificioso eredità culturale e pratiche estetiche in vigore. Appare tanto più dannoso in un momento come l’attuale, in cui istituzioni culturali italiane di lunga data e ampio prestigio internazionale, musei d’arte contemporanea, teatri o altro, appaiono in crescente difficoltà per le politiche di austerità o illegittime ingerenze politiche…”

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_L’Huffington Post, 29.3.2013, qui

“…L’immagine di ‘classe dirigente’ che Galli della Loggia assume a suo modo naturaliter è profondamente ideologica e restaurativa: non è affatto ovvia o ‘naturale’. Il recente risultato elettorale ha dato misura di una richiesta di cambiamento radicale, e segnalato la necessità di mutare in profondità i processi di reclutamento…”

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_in: ROARS, 24.3.2013, qui; ripubblicato in: Il Giornale dell’Arte_Il Giornale delle Fondazioni, 4.11.2013, qui

“…Esistono settori, dal punto di vista di Kulturinfarkt, che devono essere interamente sottratti al mercato, come il patrimonio storico-artistico; altri, in numero maggioritario, che possono trarre vantaggio da efficienti politiche di partnership (si arriva persino a indicare le percentuali “auree” del partenariato pubblico-privato: 33%, 60%, 80% etc.). Il punto decisivo è tuttavia di politica industriale: l’apertura al “mercato” ha senso se e solo se politici e manager culturali puntano alla creazione di un’industria culturale europea sfidante, remunerativa e in grado di competere con quella americana. Riduzione e qualificazione della spesa sono semplici passaggi entro una più ampia trasformazione economica e sociale che contrasti la diffusione del “precariato culturale”. Esito del processo non è (non deve essere) l’incoraggiamento di un’economia di piccola scala, definanziata e sottoqualificata, sprovvista di cultura d’impresa e di connessioni con il mondo della ricerca. Perché vi sia impresa occorre che vi sia disponibilità di capitali di rischio e cultura imprenditoriale della sfida: requisiti economico-finanziari e “meta-economici” (la citazione è da Pierluigi Ciocca) di cui l’Italia è in larga parte priva (ne abbiamo scritto proprio qui su ROARS). Che vuol dire dunque “mercato”, nel testo tedesco e per il lettore italiano? Cosa ben diversa è intendere industria a vocazione globale e cultura dell’innovazione tecnico-scientifica (da un lato); o orientamento alla rendita (commerciale) e mera economia del turismo (dall’altro)…”

Ricevo, sottoscrivo e volentieri diffondo:

“Sono passati ormai venti giorni dall’incendio che ha distrutto la”Città della scienza” a Napoli e moltissimi sono stati i messaggi e le iniziative di solidarietà nate da parte di cittadini e intellettuali per chiedere la ricostruzione di una delle esperienze più significative del Mezzogiorno.

Un esperimento che malgrado i tanti riconoscimenti ricevuti, anche a livello internazionale, non è stato risparmiato dalla endemica mancanza di fondi che caratterizza il settore della ricerca e della cultura nel nostro paese, basti pensare ai lavoratori della struttura che per un anno hanno lavorato senza stipendio e che oggi ne chiedono la ricostruzione.

L’esperimento di Bagnoli ha rappresentato un momento di eccellenza nel nostro paese. Il recupero di un’immensa area industriale dismessa e degradata, sottratta alla speculazione, diventato centro di incontro tra cultura , imprese e ricerca, rappresentando in modo esaustivo come a partire da un adeguato intervento pubblico, dalla cultura si può rilanciare un paese.

Riteniamo importante agire. E’ doveroso che le istituzioni intervengano per difendere le esperienze di pregio che con fatica si sono costruite nel territorio, così come è importante attivare azioni di solidarietà che, partendo dal contributo volontario dei cittadini, restituiscano al patrimonio culturale la centralità che esso ha per la società, per il suo benessere e per la sua crescita.

Chiediamo a tutti i soggetti istituzionali interessati di moltiplicare le azioni di sostegno enunciate in questo ultimo periodo e di farsi carico dell’elaborazione di progetti che diano seguito alle tante idee e proposte emerse da più parti della società civile, affinché si restituisca al patrimonio culturale nazionale una parte di storia rappresentata anche da questo museo.

Il nuovo progetto deve essere ancora più forte e ambizioso di quello andato perduto, perché progetto di tutti e sostenuto da tutti attraverso una raccolta di fondi.
Vogliamo partire da Napoli per avviare una riflessione progettuale sul patrimonio storico artistico del paese e sul ruolo centrale che esso deve assumere.

La CGIL di Roma e Lazio in un’assemblea con i lavoratori dei Musei e gli operatori dei Beni Culturali della Città di Roma, aperta a tutte le istituzioni, le associazioni i cittadini presenterà le iniziative concrete di solidarietà promosse dai lavoratori per far rinascere la Città della Scienza.

All’assemblea che si svolgerà il prossimo 26 Marzo alle ore 10.00 presso la Sala Pietro da Cortona dei MUSEI CAPITOLINI parteciperanno tra gli altri una delegazione dei lavoratori della Città della Scienza.

Sul sito www.cittadellascienza.it le modalità per sostenere la ricostruzione della struttura. Pagina Facebook qui“.

l'Aquila5maggio

Il 5 maggio 2013 gli storici dell’arte italiani si riuniranno all’Aquila. È la prima volta che tutti gli storici dell’arte si incontrano senza distinzioni di ruolo: insegnanti di scuola, ricercatori universitari, funzionari del Mibac o di altri enti, studenti, dottorandi, laureandi, pensionati.

cs L’aquila 5 maggio: storia dell’arte e ricostruzione civile

info qui e qui (dal 25′)

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Sottoccupazione o disoccupazione, bassi livelli retributivi, inutilità o scarsa utilità professionale della laurea conseguita, particolarmente se breve, in un contesto sociale e imprenditoriale (PMI) spesso impreparato a riconoscere l’importanza di percorsi educativi diversi e qualificati.
Il rapporto Almalaurea sulla “condizione occupazionale dei laureati” italiani (fino al 2011) rivela una situazione di emergenza negli ambiti umanistici (in senso lato) e rinvia alla necessità di profonde trasformazione degli ordinamenti didattici.

http://www.almalaurea.it/sites/almalaurea.it/files/docs/universita/occupazione/occupazione10/volume.pdf

Rebloggo un mio intervento di poche settimane fa. Prendevo spunto da un intervento con cui Maria Chiara Carrozza aveva contestato il singolare “iperattivismo” tardivo di Francesco Profumo, un ministro che sarà ricordato per opacità, ambivalenza e odioso verticismo; e del cui incarico giunto al termine festeggiamo oggi la fine.

“Una possibile futura responsabile del MIUR, Maria Chiara Carrozza, interviene sull”iperattivismo’ (tardivo) dell’attuale ministro dell’università e della ricerca, Francesco Profumo. La vicenda è triste ma non aneddotica: mette a nudo. Abbiamo detto ogni male di Profumo. Confermiamo oggi che la sua attività, lungi dal presentarsi in possesso dei requisiti di lungimiranza, cura e rispetto per le diverse componenti del mondo universitario (studenti, ricercatori e docenti qualificati), è apparsa in più occasioni stizzosamente sospinta da ambizione personale, rozza approssimazione e calcolo. Nè competenza che non sia stata riduttivamente settoriale né “empatia” per il mondo della scienza, della scuola e della ricerca non applicata: invece valutazioni opportunistiche, ipocrite moralità, collaborazioni esclusive con il mondo corporate (*) e infine propositi di discriminazione disciplinare. Un ministro pessimo, che sarà ricordato per la ‘lubrificazione’ della legge Gelmini, l’auspicio di ‘bastone’, l’imposizione (sventata) di quattro ore di insegnamento non retribuito a docenti tra i meno pagati di Europa; e a cui persino Scelta civica [sic!] ha rifiutato in extremis la candidatura. Chissà che qualche ‘Grande Elettore’ non pensi di riproporlo, in futuro”. Leggi il seguito di questo post »

Geopolitiche dell'arte_2012_cover

Stefano Chiodi oggi su Geopolitiche dell’arte @Alfabeta2 @Alfapiù qui

“…Una lettura genealogica delle immagini diviene indispensabile per ripensare in modi nuovi gli esiti di questa negoziazione in una serie di episodi celebri, come ad esempio gli «animali» di Pino Pascali, nei quali la memoria di Savinio si combina coi riferimenti modernisti a Brancusi sullo sfondo del minimalismo americano di metà anni sessanta, oppure la caustica appropriazione ‘paranoico-critica’ dell’opera di Rauschenberg operata da Gino de Dominicis, o ancora le implicazioni ‘strategiche’ degli autoritratti di Paolini del 1968-69 e il sottotesto ideologico dei riferimenti iconici di Pistoletto. Nei saggi che compongono il libro, insieme a un serrato corpo a corpo con le incrostazioni e le lacune della ‘storia dei testimoni’ sin qui dominante, si dipana così una rilettura spesso provocante e mai scontata della vicenda artistica italiana…”

Vd. anche quiqui e qui

Su Stefano Boeri dimissionario vd. (un mio post già virale) qui o qui. Aggiungo che le affermazioni addotte dall’(ormai) ex assessore a propria difesa, a suo modo del tutto legittime (gran parte dei fondi per l’attività espositiva provengono da fundraising e sono difficili da trovare) confermano l’impasse delle politiche culturali pubbliche per il contemporaneo e confermano l’esistenza di gravi distorsioni interne alla professione di curatore – trasformato appunto in fundraiser. Dunque quale indipendenza? Quale attendibilità? E quale reale differenza tra discorso contemporaneistico e discorso pubblicitario oggi in Italia?

Che succede @SenatoreMonti? Incassa il no di Napolitano, è stoppato al Senato, prova a sfilarsi dall’orribile accolita di seconde e terze scelte paleodc o ex-d’alemiane di #SceltaCivica, è accusato (proprio lui!) di opportunismo. Un case study sulle difficoltà del nerd nell’insidiosa palude politica italiana. Vd. qui.

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